E’ stata annunciata immediatamente dopo l’aggressione al premier Silvio Berlusconi. La stretta repressiva sui social media – ma è ragionevole pensare che sia rivolta a internet in genere – andrà di pari passo alle misure in materia di sicurezza annunciate dal ministro Maroni.
Ad attirare la scure della politica su Facebook in primo luogo, sono stati i diversi gruppi “pro-Tartaglia” comparsi immediatamente dopo il “lancio” del Duomo in versione souvenir.
La risposta alla polemica sui social network sollevata dal ministro Maroni è arrivata direttamente da Mark Zuckerberg, il creatore del Libro delle Facce: “Su Facebook non è permesso pubblicare contenuti minacciosi, promuovere o incoraggiare atti violenti, contro chiunque e in qualunque luogo. Provvederemo a rimuovere qualunque contenuto di questo tenore, per cui ci sia richiesto un intervento”. Zuckerberg però mette anche in guardia contro le facili censure: “Il fatto che alcuni tipi di commenti e contenuti possano infastidire non è una ragione sufficiente per rimuovere una discussione. Questi dibattiti online non sono altro che un riflesso di quello che avviene offline, dove le conversazioni hanno luogo liberamente nelle case delle persone, via email o al telefono”.
La tentazione di “normalizzare” il web è dura a morire e all’iniziativa annunciata da Maroni è arrivato anche l’appoggio del presidente del Senato Schifani, che ha dichiarato: “Su Facebook si leggono “dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni ‘70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi che ci sono su questi siti”. Lontano dall’essere una mera questione di ordine pubblico, il rapporto fra la politica e i new media è centrale. In questo momento l’Italia deve scegliere se guardare alla Cina – con tutte le limitazioni imposte alla Rete – alla Svezia dove, di contro, si è imposto in un recente passato il partito dei “Pirati” digitali o, più moderatamente, a Bruxelles o giù di lì.
Noi di Citizen Report da tempo ci stiamo interrogando sul rapporto fra comunicazione digitale e nuove forme della politica, partendo da una considerazione molto semplice: di fatto, la futura classe dirigente sarà quella dei “nativi digitali”. Giovani, conoscono e usano le tecnologie come nessuna generazione ha mai fatto ma, a detta di molti, hanno parallelamente conosciuto il vento dell’antipolitica. Vengono sempre più spesso evocati dalla classe dirigente ma fino a che punto sono compresi e valorizzati fino in fondo? Chi sono? Come ci governeranno? Riusciranno a trovare una sintesi fra le vecchie sezioni di partito e la mobilitazione forse impersonale, ma oceanica ed efficace, del web? Potranno ancora essere espressione del territorio loro, che hanno fatto del virtuale l’oggetto di una priorità collettiva prima ancora che uno spazio condiviso?
Voi cosa ne pensate? La censura riuscirà, almeno, ad affinare le armi assumendo una “trasparenza web” o manterrà il solito sapore un po’ insipido della politica 1.0?
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