Non sanno più cosa fare alla British Petroleum; la drammatica situazione nel Golfo del Messico, in seguito all’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon avvenuta lo scorso 20 aprile, non riesce a trovare una soluzione. Sono scesi in campo ingegneri ed esperti, eppure i numerosi tentativi per coprire, anche solo temporaneamente, la falla e bloccare la fuoriuscita di petrolio sono falliti. Anche se l’ultimo esperimento del tappo-imbuto di contenimento sembra funzionare meglio del previsto, la BP si è anche affidata e rivolta per la gestione di questa situazione così drammatica alla gente comune, alla popolazione, al web, chiedendo suggerimenti ed idee per arginare, dove possibile, gli ingenti danni provocati.
Il tentativo della BP, una delle società più grandi e con maggiori risorse a disposizione nel settore energetico, di rivolgersi agli utenti e ai cittadini per la soluzione di questo complicato problema potrebbe sembrare azzardato. Tuttavia il crowdsourcing non è una novità, anche se solo ultimamente grandi aziende, banche e istituzioni hanno iniziato ad abbracciare questo concetto e tradurlo in concreti casi di organizzazione delle risorse e soluzione di problemi. Laddove fallisce l’esperienza e conoscenza settoriale di un esperto, subentra l’ingegno del popolo della rete e dei cittadini.
Sul sito deepwaterhorizonresponse.com sono già arrivate moltissime proposte per porre fine alla marea nera che sta devastando il Golfo del Messico. BP ha ricevuto circa 31,600 idee relative a come ricoprire la falla o come ridurre la chiazza di petrolio estesa nel mare.
Delle idee pervenute 8000 sono in valutazione e dovranno passare una scrematura che prevede quattro fasi. Prima di tutto controllarne la fattibilità e poi classificarle secondo le due categorie ” solventi” o “meccaniche”. Infine, dopo un’ ultima revisione tecnica, testarle sul campo.
Dopotutto, citando un estratto del libro “Crowdsourcing: Why the Power of the Crowd Is Driving the Future of Business” di Jeff Howe, se è vero che “99 volte su 100 la persona più adatta a risolvere un problema è un esperto” è altrettanto vero che ” una volta su 100 il problema sembra irrisolvibile. Il crowdsourcing ha dimostrato – in alcuni casi più spinosi – che si ha bisogno di qualcuno con minore esperienza. Tutti gli step che gli esperti e professionisti hanno pensato non sono stati di successo. C’è la necessità dell’inaspettato.” Che non sia prorpio questo il caso!
Inoltre va anche segnalato che, sempre sotto il segno del crowdsourcing, anche i cittadini e le istituzioni della Louisiana si stanno muovendo al meglio per gestire l’emergenza ambientale. E’ stata infatti lanciata la “Oil Spill Crisis Map” per monitorare e segnalare cosa sta accadendo nel golfo; la Louisiana Bucket Brigade si appoggia ad Ushahidi, la piattaforma di crowdsourcing usata anche per altri eventi di emergenza (Haiti e Chile), per creare un database dei danni causati dalla fuoriuscita del petrolio.
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Mmmm serve molto più del Crowdsourcing per risolvere questo incredibile problema. Questo disastro ambientale senza precedenti. Innanzitutto dovrebbero pagare… pagare… e ancora pagare… i responsabili. Comunque sia chiedere aiuto alla rete spero serva per raccogliere qualche idea creativa “fuori” dagli schemi.
Vi segnalo questo su BP: bellissimo cortometraggio che utilizza Mario Bros per spiegare le conseguenze del disastro ambientale.
http://www.insidethegame.it/2010/06/13/marea-nera-disastro-ecologico-da-obama-e-cameron-a-super-mario-video/
Sarebbe il minimo…. Ho letto comunque che questo disastro è costato alla BP 1,6 miliardi di dollari, forse non abbastanza per gli ingenti danni all’ecosistema. Speriamo nel crowdsourcing…. e in SuperMario!