Negli ultimi anni si parla sempre più spesso del coinvolgimento della “folla” nella produzione di loghi, grafica e design: è il modello di produzione e di business che va sotto l’etichetta di Crowdsourcing.
E’ un modello economico che può essere utilizzato anche per la costruzione di contenuti televisivi, documentari, spot pubblicitari, filmati.
Il crowdsourcing consente di avere accesso a una quantità illimitata di creatività e di contenuti video, prodotti con modalità completamente nuove rispetto a quelle della produzione video tradizionale.
Durante il terremoto in Giappone, ad esempio, il canale d’informazione internazionale France 24, ha deciso di coprire l’evento senza affidarsi alle tradizionali troupe inviate sul posto, ma ingaggiando e ricevendo una serie di contributi direttamente da chi quella triste esperienza la stava vivendo sulla propria pelle. Questo è un ottimo esempio di video crowdsourcing applicato al Citizen Journalism che è utilizzato da molti broadcaster in ogni parte del mondo: si dimezzano i costi, si accelerano i tempi e si riescono a produrre immagini su eventi che diversamente sarebbe stato difficile coprire.
Ovviamente brand, broadcaster e publisher possono decidere di ingaggiare tutti i videomaker indistintamente oppure di indirizzare la loro richiesta solo verso specifici user. Il vantaggio di affidarsi a un network di videomaker — quale può essere quello di userfarm.com — è di poter disporre di migliaia di creativi, presenti in ogni parte del mondo, che possono lavorare per noi, producendo contenuti che potranno essere organizzati editorialmente.
Non basta andare a caccia di talenti o di video interessanti su YouTube e Vimeo, ma è necessario fare un lavoro strategico, creativo, artistico, autoriale. C’è bisogno di conoscere il proprio pubblico, e il pubblico dei videomaker, quindi dare un brief e delle aree di partecipazione chiare e ben definite: è infine necessario che sia il regista/autore a dare una linea e dirigere i lavori. Il regista o l’agenzia di comunicazione che coordina il network di videomaker si può concentrare così sul lavoro artistico e creativo di organizzazione, revisione e regia del materiale, che una volta ordinato e impacchettato in base alle esigenze editoriali, sarà un prodotto audiovisivo finito e di valore.
I nuovi autori che si cimentano in questo linguaggio stanno imparando tantissimo: invece delle cento maestranze a cui solitamente fanno affidamento, hanno a disposizione centomila possibili contributori di idee o di immagini.
Per quale motivo, altrimenti, un genio del reportage come Kevin Macdonald e un regista come Ridley Scott avrebbero deciso di costruire un film in video crowdsourcing, se non per avere accesso a migliaia di contenuti, manifatture, punti di viste e creatività diverse!
Questo è l’ articolo di novembre per la mia Rubrica dedicata al Crowdsourcing su Pubblicità Italia.
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